DDL Montagna: facciamo qualcosa per tenerci in vita

DDL Montagna: facciamo qualcosa per tenerci in vita

 

Ancora una volta si parla di spopolamento delle terre di montagna, e in particolare delle Dolomiti bellunesi. Ancora una volta vengono presentati numeri, proiezioni demografiche e possibili soluzioni.

È un tema che conosco e seguo da anni. Fin dagli anni ’90, nella provincia di Belluno, si discute del rischio di perdere popolazione, servizi e lavoro. Sono passati decenni, ma molte delle soluzioni di cui continuiamo a parlare non sono ancora diventate realtà.

 

Quanto tempo possiamo ancora permetterci di aspettare?

Le cose che non abbiamo fatto

Partiamo dal turismo.

Il modello di turismo di massa che caratterizza oggi alcune delle nostre terre alte mostra tutti i suoi limiti: strade congestionate, code interminabili e residenti che nei fine settimana faticano persino a muoversi. Io stessa, nei fine settimana di luglio e agosto, evito ormai di andare in montagna proprio per non rischiare di trascorrere ore nel traffico.

Ma il problema non è soltanto la viabilità.

Il lavoro generato da questo modello turistico è in larga parte stagionale. Basta osservare l’andamento della disoccupazione nel Cadore: durante la stagione estiva scende significativamente, per poi risalire a settembre e ottobre. È il segnale evidente di un’economia che non è ancora riuscita a trasformare la stagionalità in una vera strategia di destagionalizzazione, nonostante se ne parli da oltre vent’anni.

Anche sul fronte dell’attrattività territoriale i segnali non sono incoraggianti. Il Rapporto sulla Montagna 2025 della Presidenza del Consiglio evidenzia che, nel Nord Italia, su 168 comunità territoriali montane soltanto 9 presentano un saldo negativo. Le aree che risultano più attrattive sono in Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Lombardia e Trentino-Alto Adige.

Il Bellunese non è tra queste realtà.

Non abbiamo bisogno soltanto dei rapporti per rendercene conto, basta vivere qui. I trasporti pubblici sono insufficienti, non soltanto nelle terre alte, ma anche nei collegamenti tra le aree della provincia, sulle due sponde del Piave. E questo ha conseguenze dirette anche sul mercato del lavoro.

Quando un’azienda bellunese cerca personale, tra i primi requisiti viene spesso valutata la disponibilità del candidato a spostarsi con un mezzo proprio. Non perché sia una caratteristica particolarmente richiesta dal lavoro, ma perché il sistema di trasporto pubblico non riesce a rispondere alle esigenze degli orari e dei luoghi di lavoro.

E poi c’è il tema dei servizi per le famiglie: non abbiamo sfruttato fino in fondo le opportunità offerte dal PNRR per aumentare la disponibilità di asili nido. Un servizio essenziale per sostenere l’occupazione femminile e, più in generale, per rendere un territorio abitabile per chi lavora e ha figli. Se a questo aggiungiamo i tempi necessari per raggiungere il luogo di lavoro, diventa evidente quanto sia importante poter contare su servizi per l’infanzia vicini alle abitazioni e, dove possibile, ai luoghi di lavoro.

Anche le aziende devono diventare più attrattive

Lo spopolamento non si risolve chiedendo alle imprese di assumere semplicemente più persone. Le aziende bellunesi devono poter diventare parte della strategia di attrattività del territorio.

Questo significa, per esempio, ripensare l’organizzazione del lavoro in funzione delle caratteristiche locali: maggiore flessibilità degli orari, soprattutto nei territori e nelle fasce orarie condizionate dal traffico e dalla carenza di trasporto pubblico; maggiore diffusione del part-time per madri e padri; possibilità di ricorrere allo smart working quando le mansioni lo consentono.

E significa anche investire nei servizi; asili nido aziendali o collocati nelle vicinanze delle aree industriali potrebbero rappresentare un sostegno concreto alla permanenza delle famiglie e alla partecipazione al lavoro.

Il DDL Montagna prevede inoltre un esonero contributivo per le imprese che promuovono il lavoro agile, destinato a determinate condizioni a lavoratori under 41 che trasferiscono residenza e domicilio in comuni montani con meno di 5.000 abitanti. La misura, però, è ancora in attesa dei decreti attuativi che dovranno definirne criteri e modalità di concessione.

Le misure, quindi, esistono o stanno arrivando, ma una misura da sola non costruisce una strategia.

La soluzione non può essere soltanto pubblica o soltanto privata

È questo, a mio avviso, il punto centrale. Lo spopolamento non può essere affrontato chiedendo alle imprese di farsi carico da sole della soluzione. Allo stesso tempo, non può essere risolto soltanto attraverso interventi pubblici.

Serve una collaborazione strutturata tra pubblico e privato. La provincia di Belluno dispone di un sistema di autonomia maggiore rispetto ad altre realtà e proprio questa specificità potrebbe diventare un’opportunità per sperimentare un modello diverso.

La mia proposta: un’Agenzia per il neo-popolamento

Perché non creare un’Agenzia per il neo-popolamento della provincia di Belluno, promossa dalla Provincia e costruita con il coinvolgimento di soggetti pubblici e privati?

Non un nuovo ente burocratico, ma una struttura agile, con una logica simile a quella di una fondazione, capace di mettere in rete competenze, risorse e interessi diversi.

Un luogo che abbia un obiettivo molto concreto: rendere più facile vivere, lavorare, investire e trasferirsi nel Bellunese.

L’Agenzia potrebbe svolgere almeno quattro funzioni.

1. Essere uno sportello per chi vuole venire a vivere qui.

Una persona o una famiglia interessata a trasferirsi nel Bellunese dovrebbe poter trovare in un unico luogo informazioni e orientamento su abitazione, lavoro, servizi, opportunità per avviare un’impresa e possibilità di insediamento nei diversi comuni.

2. Fare da connettore tra le opportunità di finanziamento.

Esistono risorse destinate alla montagna, alle imprese, ai servizi e ai territori. Ma spesso sono frammentate e difficili da intercettare, soprattutto per i piccoli comuni e per le piccole imprese. L’Agenzia potrebbe costruire una mappa delle opportunità e aiutare i diversi soggetti a collegarle a progetti concreti.

3. Sostenere i piccoli comuni.

I comuni più piccoli hanno spesso bisogno non soltanto di finanziamenti, ma anche di competenze e capacità progettuale. L’Agenzia potrebbe offrire assistenza concreta nella costruzione di bandi, gare e progetti per mantenere o attivare servizi essenziali.

4. Accompagnare le imprese.

L’Agenzia potrebbe diventare un partner per le aziende, piccole e grandi, interessate a utilizzare le agevolazioni previste per favorire la permanenza e la crescita delle attività economiche in montagna. In questo modo, l’impresa non sarebbe più considerata soltanto come destinataria di un incentivo, ma come parte di una più ampia strategia territoriale.

Se non facciamo niente

Il rischio non è astratto.

Le proiezioni Istat richiamate nello studio sul contesto socioeconomico della provincia indicano che, tra il 2025 e il 2045, Belluno potrebbe perdere 14.299 residenti, pari al 7,2% della popolazione. È la perdita più elevata, in valore assoluto, tra le province montane di confine considerate. Dal 1982 al 2025 abbiamo perso circa 21 mila abitanti e oggi l’intera provincia è scesa sotto la soglia dei 200 mila residenti.

Ma dietro questo numero ci sono conseguenze molto concrete: una popolazione sempre più anziana, una forte riduzione delle persone in età attiva, meno lavoratori disponibili, maggiori difficoltà nei passaggi generazionali delle imprese e una crescente domanda di servizi socio-sanitari.

Anche il tessuto imprenditoriale sta già mostrando segnali di difficoltà. Le sedi di imprese attive in provincia sono scese sotto le 13 mila unità e Belluno presenta il calo percentuale più significativo nel confronto considerato, sia nel periodo 2014-2024 sia negli ultimi cinque anni disponibili.

Non possiamo continuare a discutere dello spopolamento come se fosse un fenomeno inevitabile.

Possiamo scegliere di considerarlo un destino oppure una sfida da affrontare. Per farlo servono risorse, ma soprattutto servono coordinamento, responsabilità e una visione comune; serve qualcuno che metta insieme i pezzi.

Per questo propongo un’Agenzia per il neo-popolamento. Non per aggiungere un altro organismo alla lista di quelli che già esistono, ma per fare finalmente ciò che finora è mancato: mettere in connessione istituzioni, imprese, servizi e persone attorno a un obiettivo comune.

Perché il punto, alla fine, non è soltanto fermare lo spopolamento, è creare le condizioni perché qualcuno scelga di venire a vivere qui, qualcun altro decida di restare e le imprese possano continuare a lavorare e crescere in questo territorio.

Facciamo qualcosa, adesso, per tenerci in vita.